martedì 2 dicembre 2014


Continuare a sprecare il cibo è immorale


Lo spreco di cibo non è solo un problema impellente, ma anche una condotta immorale di questa società. Le numerose leggi, i regolamenti sanitari e un mare di burocrazia, sempre in crescita, di cui è vittima perfino chi deve gestirla o controllarne l’applicazione, oggi sono orientati soprattutto alla vendita del prodotto alimentare e si occupano della sua “seconda vita” solo per porre limiti e barriere a un reimpiego ragionevole. In una società come la nostra, dilaniata da una crisi senza precedenti, seconda solo alla guerra o alle più gravi calamità naturali, migliaia di persone versano in seria difficoltà, arrivando a sacrificare perfino il cibo per mancanza di risorse. Per contro, dove il cibo c’è, dove si vende, dove si cerca comunque di fare in modo di non sprecarne, e dove, soprattutto, si potrebbe destinarne in beneficienza, si deve combattere contro mille ostacoli, spesso irragionevoli. Lo so che dico cose apparentemente scontate, ma credo ci sia bisogno di ripeterle a favore di chi, forse, non le ha ancora comprese. Chi rinuncia al cibo, chi non può comprare certi alimenti primari, chi si priva perfino del pane fresco, chi è costretto a ripiegare su prodotti di scarsa qualità per far rendere i pochi denari che ha in tasca, non ha più tempo! La situazione attuale è in scadenza come i prodotti alimentari, esattamente allo stesso modo. Se non si interviene subito – oggi! – il problema assumerà proporzioni tali da diventare devastante e irreparabile: cosa c’è di più immorale che sprecare cibo quando altri, accanto a noi, ne avrebbero estremo bisogno? Credo nulla.

Oggi, però, non c’è più spazio per la sola protesta, ognuno di noi ha la responsabilità di esprimere proposte concrete per uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo. E allora faccio la mia, pur consapevole di poter apparire ingenuo. In ogni tempo e in ogni situazione, le difficoltà più serie hanno suggerito l’aggregazione, e dove c’è stata si è superata la fase critica. Tradotto in pratica, ciò significa realizzare una collaborazione molto stretta fra istituzioni, organismi di controllo, associazioni benefiche, associazioni di settore e singoli imprenditori alimentari. Una sorta di cordata unica, aperta e impegnata verso un fine condiviso: ridurre gli sprechi e ridestinare tutto il cibo recuperabile verso chi è in condizioni di indigenza. Cercando però di riconoscere e valutare anche i benefici sociali indiretti che una comunità ricava da un’azione del genere, ovvero ridurre i costi sociali,  diminuire la quota di rifiuti organici in discarica, abbassare i costi generali che ne derivano, alimentare, incrementare e promuovere i comportamenti virtuosi dei cittadini e alleviare gli oneri per le aziende alimentari. Infine, ma non certo ultimo, dimostrare che dove e quando si riesce a concentrare gli sforzi verso un unico obiettivo, la collaborazione fra chi opera nello stesso settore, seppur con ruoli diametralmente opposti, porta solo benefici comuni ben più che rilevanti. 

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