lunedì 14 novembre 2016

Le tradizioni di Natale sui miei monti 



Soprattutto in passato, in ogni famiglia il Natale si celebrava come si poteva, tanto più in un territorio montano come quello cui mi riferisco. Siamo in Liguria, alle spalle di Genova, poco più di mezzora dal centro cittadino; per la precisione a Montoggio, il mio paese, e in due valli che gli stanno alle spalle, val Pentemina e Valbrevenna, punteggiate da diverse frazioni talvolta anche isolate.
Alcune usanze natalizie erano condivise e diffuse, anche se spesso declinate diversamente in base alle possibilità delle diverse famiglie. Mi riferisco, per esempio al pandolce, il classico dolce genovese di Natale. Su questi monti si faceva più spesso la cosiddetta figassa duçe, cioè una sorta di pane schiacciato arricchito da zucchero, burro e uvetta. 


Nulla a che vedere con l’odierno pandolce, ricco di uvetta, canditi e pinoli, bensì la forma arcaica di un pane raddolcito prodotto secondo un’unica ispirazione ma decine di declinazioni, diverse da una famiglia all’altra. Alcuni anziani mi raccontavano, per esempio, che a casa loro si usavano le prugne secche autoprodotte anziché l’uvetta, e lo zucchero era sempre impiegato con estrema parsimonia. Tutti facevano la focaccia dolce col cosiddetto crescente, qualcosa di simile al lievito naturale che veniva conservato anche per lunghi periodi nel cassone della farina.



Tornando alle usanze di Natale, su questi monti non erano tante le famiglie in cui si faceva l’albero. Chi lo faceva ricorreva sempre al ginepro selvatico, addobbandolo con caramelle, torroncini, mandarini, fichi secchi e qualche fiocco di cotone a simulare la neve.
Quanto al cibo delle feste, alcuni piatti rientravano nella più comune e diffusa tradizione: i ravioli col tuccu, sugo di carne cotto per ore a base di soffritto e carne di manzo, il cappone o la gallina bollita e la focaccia dolce. Chi poteva permetterselo cominciava dalla colazione del mattino con cioccolata liquida e biscotti del Lagaccio, oppure latte e pandolce. Costoro a pranzo iniziavano con i salumi, spesso salame autoprodotto, oppure testa in cassetta, un insaccato a base di carni ricavate dalla testa del maiale, lessate con spezie e aromi (se proprio fortunati galantina, lo stesso salume ma confezionato con carni più nobili). 
Come primo piatto mangiavano i ravioli e a seguire il cappone bollito con la mostarda, la giardiniera, i funghi sott’olio oppure la scorzonera saltata in padella. 
  


Col brodo di cappone o di gallina la sera si preparava la minestra con i maccheroni genovesi, classica pasta da fidelaro (pastaio) da comprare nei negozi. È un formato tradizionale che somiglia a lunghe penne lisce (circa 25 cm) e che, soprattutto nelle famiglie agiate di Genova, si usava anche per i timballi.
foto Harriet Metcalf
Nel brodo per i maccheroni si metteva qualche pezzo di salsiccia e talvolta dei ravioli. Sempre la sera, chi poteva mangiava un cappone o un tacchino arrosto con patate e scorzonera fritte.
Capitava anche che avanzasse della minestra della sera e talvolta i maccheroni estratti dal brodo finivano riusati come lasagne, distesi a strati in una teglia, alternati a besciamella e sugo di carne, e infine passati al forno.  
Quanto sopra non rappresenta certo l’insieme delle tradizioni gastronomiche natalizie, ma solo una parte di esse, forse la più comune.
Altre consuetudini riguardavano i rituali della tavola. Per esempio l’apparecchiatura del         pranzo di Natale rimaneva anche la sera, cioè non si “toglieva tavola” per poi riallestirla, ma ci si limitava a togliere le briciole lasciando tutto com’era per la cena.
Inoltre, il pane avanzato il giorno di Natale si conservava con cura perché ritenuto curativo per alcuni malanni come il mal di gola o la tosse. Nel caso un familiare avesse preso un raffreddore con infiammazione della gola, gli si sarebbe somministrato un pezzetto di pane di Natale.
Infine due usanze legate in qualche modo alla caccia. La prima era il cosiddetto tiro al gallo, una gara di tiro a un piccolo foglio di carta che doveva essere colpito con il maggior numero possibile di pallini. Il vincitore si portava a casa un bel gallo in carne e ossa, ovviamente vivo.
La seconda usanza, allora assai praticata, era il cosiddetto uccelletto di Natale. Per tradizione si riteneva che qualunque uccellino ucciso il giorno di Natale sarebbe rimasto integro senza mai decomporsi. Pertanto, molti cacciatori cercavano di catturare un esemplare di bell’aspetto per poi appenderlo in casa e conservarlo come ricordo di Natale.
Purtroppo a farne le spese furono, per esempio, i Martin pescatori, che per la loro bellezza erano assai ricercati. In seguito, le giuste regolamentazioni della caccia impedirono questa pratica che oggi rimane solo un ricordo. Tuttavia, sarebbe sbagliato giudicare quelle tradizioni a posteriori, poiché il contesto in cui maturarono e si praticarono era completamente diverso dall’attualità. Troppo spesso si assiste a celebrazioni del mondo rurale che dipingono le tradizioni con troppa poesia e talvolta fantasia. Il mondo di allora era figlio di quel tempo, di quell’isolamento, di quella cultura tramandata da secoli e non ancora stravolta da ciò che comunemente chiamiamo progresso. In quei paesi in mezzo ai monti, il Natale era certamente un giorno di festa che tutti cercavano di onorare, ciascuno come poteva. E anche in condizioni di pura sussistenza, a Natale era concessa qualche piccola trasgressione.  

   

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